L’ecodesign della canapa mezzadrile

Sono nata a Monterubbiano il 18 settembre 1940 in una famiglia di mezzadri. Poi, da sposata, mi sono trasferita con mio marito in un podere vicino, a Lapedona. Nella mia famiglia di origine eravamo 18 e vivevamo tutti insieme: nonni, genitori e 2 zii con i figli piccoli. Quando nonna morì mio nonno si risposò e fece un altro figlio. Io facevo due lavori: in casa e nei campi.  Mio padre partì per andare in guerra e rimase fuori per 7 anni. Allora fu veramente dura. Avevamo cibo solo per sfamarci e i vestiti e le scarpe dovevamo condividerli perché non bastavano per tutti.

La canapa si piantava a marzo come i legumi e gli ortaggi e si raccoglieva a luglio.  La tagliavamo alle radici per farne grandi mazzi, che gettavamo a macerare nei pantani o nelle pozze di acqua ferma.  Dopo 4 o 5 giorni era pronta e si lasciava asciugare. Noi usavamo il macingolo, un attrezzo speciale, per separare la fibra dalla corteccia e ricavare il materiale da inviare al cordaio o al filatore. Ci facevamo i teli destinati alle cose più preziose, come le lenzuola o i vestiti buoni di famiglia. Le pezze logore si recuperavano per farne biancheria intima, prima di destinarli definitivamente alla terra, quando erano poco più che stracci. 

Questo è il suo racconto sulla canapa ai tempi della mezzadria: un perfetto esempio di economia circolare dal design, al riuso, allo smaltimento zero waste.

Graziella Cipolletta, 80 anni – Monterubbiano – La tessitrice di fili – racconto tratto da Aborigeni Mezzadri – storie di economia circolare.

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